Costituzione, architettura ed economia: l’urgenza della transizione verde

La transizione verso una società e un’economia verde è una necessità per l’Europa e per tutti i Paesi, per mettere fine alla distruzione dell’ambiente. Le linee di questo imperativo per la sopravvivenza del pianeta sono già state tracciate da Alexander Langer e David Sassoli

Ecologismo, ambientalismo, transizione verde. Ci sono molti modi di chiamare la stessa cosa, con sfumature diverse, ma sempre con lo stesso obiettivo: cambiare la rotta di un’economia e una società che sta portando alla distruzione del pianeta che ci ospita. Il problema è come mettere in pratica questi concetti che, sulla carta, dovrebbero essere la logica risposta ai disastri naturali e sociali che si registrano ogni giorno. Eppure, nella pratica, finiscono puntualmente per essere subordinati alle logiche del profitto e della disuguaglianza. Solo con l’emergenza alle porte l’Europa sta mostrando segnali di reazione a una crisi che sembra già sul punto di essere irreversibile. Le direttrici per un progetto duraturo, che cambino il modo di guardare al benessere e alla ricchezza, ce le hanno offerte proprio i due protagonisti di questo cammino, Alexander Langer e David Sassoli.

Transizione Verde UE


Una Costituzione ecologica

Che la transizione verde non fosse un’esigenza solo degli ultimissimi anni lo aveva già messo in chiaro negli anni Novanta il politico altoatesino Alexander Langer. In un intervento ai Colloqui di Dobbiaco ’94 è possibile trovare una summa di un pensiero ambientalista ben definito, con una visione lucida dei problemi che stanno devastando il pianeta e di un tentativo di indicare una strada percorribile. “Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà“, scriveva Langer, e “di tale falsa ricchezza si può anche perire, come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento”. Insomma, una “malattia del secolo, nella parte industrializzata e ‘sviluppata’ del pianeta”. L’allarme “è ormai suonato da almeno un quarto di secolo e ha generato solo provvedimenti frammentari e settoriali”, ma “non ha prodotto una svolta”, avvertiva Langer nel 1994. Nella metafora della malattia, “dopo la diagnosi, le possibilità di guarigione sono state studiate e discusse, ma terapie complessive non sono state ancora attuate” e soprattutto “appare tutt’altro che assicurata la volontà di guarigione”, che “se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati”.

Transizione verde, allora, era meglio conosciuta come “sviluppo sostenibile”, ma il concetto è lo stesso: “Necessità di un limite alla crescita, di una qualche auto-limitazione della parte altamente industrializzata dell’umanità, come pure l’idea che alla lunga sia meglio puntare sull’equilibrio piuttosto che sulla competizione selvaggia”. La vera domanda, che già si proponeva nella riflessione su pace e ambiente, è: “Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?” E Langer una risposta precisa l’aveva fornita: Lentius, profundius, suavius, al posto di citius, altius, fortius. Un rovesciamento totale del motto olimpico “più veloce, più alto, più forte”, per arrivare a una società che percepisca l’urgenza di “motivazioni ed impulsi per una svolta verso una correzione di rotta” in senso ‘più lento, più profondo, più dolce’. A nulla serve la paura della catastrofe, né il potere persuasivo delle leggi, quanto piuttosto è richiesta “una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile“.

Per arrivare a questa “rifondazione culturale e sociale”, che poi non è altro che il concetto di transizione che conosciamo oggi, si possono seguire una serie di passi “intrecciati ed interdipendenti tra loro”, che “potrebbero a loro volta incoraggiare nuovi cambiamenti”. In primis, una sostituzione della base su cui si fondano i bilanci pubblici e privati: “Basare profitti e perdite sull’impatto ambientale, piuttosto che sull’ordine economico”. E se si considera il bilancio economico, bisogna “decidersi alla crescita-zero e poi a qualche riduzione, con la necessaria cautela e moderazione”, perché “ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo, sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo economico di fondo“. Per farlo si potrà spingere sulla “rigenerazione delle economie locali” e “un sistema fiscale e tariffario orientato in senso ambientale, che imponga una maggiore trasparenza e verità dei costi” di trasporto merci, imballaggi, dispendio energetico, inquinamento, consumo di materie prime, comprese “norme fondamentali a difesa della valutazione di impatto ambientale” e l’ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di conversione ecologica. Centrale è il processo di “rinaturalizzazione”, che “allontani dalla mercificazione generalizzata”: fontane pubbliche, spiagge, montagne, città d’arte “non si difendono con il ticket in denaro, bensì con un legame di volontariato”. E infine lo sviluppo di “una pratica di alleanze che meglio riflettono il nesso tra i cambiamenti necessari in parti diverse, ma interconnesse del mondo”.

Si arriva così all’idea di definire il tutto in una Carta fondante dei principi e dei valori dell’ambientalismo. “Società anteriori alla nostra avevano il loro modo di sanzionare, solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli di fondo”, ricordava Langer, sottolineando come oggi “difettiamo di un’analoga norma fondamentale di vincolo ecologico, che avrebbe peso e valore solo se frutto di un processo democratico”. Non si tratta di “un comma o articolo sull’ambiente nelle singole Costituzioni nazionali”, perché “siamo ben lontani dal concepire la difesa o il ripristino dell’equilibrio ecologico come una sorta di valore di fondo e pregiudiziale delle nostre società, e di trarne le conseguenze”. Se si vuole arrivare a ciò, “bisognerà forse cominciare a immaginare un processo costituente”, con un carattere prima “culturale e sociale” e solo dopo giuridico: “Qualcosa come una Costituente ecologica“. Le Costituzioni moderne vincolano il singolo a scelte che trascendono la congiuntura politica del momento e così va concepita la Costituzione verde: “Se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all’apparente convenienza che l’economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire“.

Alexander Langer


Un progetto a 360 gradi

Negli ultimi anni l’Unione Europea si è distinta per la spinta verso la neutralità climatica dell’economia e della società, sotto la spinta delle evidenze dei cambiamenti climatici e delle prospettive concrete del surriscaldamento globale: con il Green Deal Europeo, le istituzioni comunitarie stanno guidando il continente verso il rispetto degli obiettivi della transizione verde. E se la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sarà ricordata come la fautrice di questo enorme progetto, all’ex-presidente del Parlamento UE, David Sassoli, dovrà essere riconosciuto il merito di essersi speso con tutte le forze per associargli l’indispensabile connotazione di giustizia sociale.

Lo aveva messo in chiaro a poche settimane dallo scoppio della pandemia COVID-19, durante il suo discorso al World Economic Forum di Davos: “Le sfide riguardanti il clima e le disuguaglianze possono essere risolte solo insieme“, perché “una società disuguale, in cui ampie fasce della popolazione vivono in condizioni di povertà, alimenta la crisi ecologica”. Non solo la alimenta, ma ne subisce anche gli effetti: “Non siamo tutti uguali davanti alla crisi ecologica“. Ricchi o poveri, anziani o giovani, a seconda di dove viviamo, “non siamo colpiti allo stesso modo dalla crisi climatica”. Il cambiamento climatico può portare a un clima arido in zone temperate, che riduce il raccolto di prodotti agricoli e aumenta il loro prezzo per il consumatore finale, con un impatto particolare sulle famiglie a basso reddito, per le quali il cibo rappresenta gran parte del budget mensile. “La disuguaglianza è una questione ambientale, cosi come il degrado ambientale è una questione sociale” e per questa ragione “non è possibile porre fine alla povertà e costruire una società più giusta, lasciando che la crisi ecologica distrugga il nostro pianeta, e viceversa”. Ecco perché “nessuno deve rimanere indietro nel passaggio a un’economia a emissioni zero“: il successo del Green Deal passa “dalla risposta alle potenziali perdite, dalle misure di compensazione e dalla creazione di posti di lavoro di alta qualità e ben pagati”.

Se transizione verde significa sviluppare un nuovo modello sociale, economico, politico e civile, allora riguarda ogni aspetto della vita, nessuno escluso. Ed è in questo senso che va letto l’ambizioso Nuovo Bauhaus Europeo, il progetto ambientale, economico e culturale per l’UE che intreccia design e sostenibilità nella nuova estetica del Green Deal Europeo. Si tratta di soluzioni per vivere rispettando il pianeta, in linea con lo sforzo di fare dell’Europa il primo continente climaticamente neutro entro il 2050. Se il movimento artistico/architettonico tedesco di inizio Novecento si è trasformato in un successo mondiale grazie alle sue soluzioni funzionali, estetiche ed economicamente accessibili, il Nuovo Bauhaus Europeo punta a una miscela di stile, accessibilità e sostenibilità, promuovendo materiali green per l’edilizia e un’architettura circolare. Proprio Sassoli ne aveva evidenziato l’aspetto più positivo: “La natura dal basso verso l’alto, inclusiva e democratica, che apre spazi di dialogo a cittadini, imprese e associazioni“. Non solo un ponte multidisciplinare tra cultura, scienza e tecnologia, ma anche un modello per l’economia che “creerà posti di lavoro e permetterà di ripensare e riprogettare gli ambienti in cui viviamo”, grazie a “innovazione e inclusione sociale”.

Per chiudere il cerchio, il 14 luglio 2021 Sassoli salutava così le prime iniziative presentate dalla Commissione per puntare al raggiungimento degli ambiziosi traguardi da raggiungere entro il 2030 – la riduzione delle emissioni del 55 per cento – e il 2050 – la neutralità climatica: “Il Parlamento Europeo accoglie con favore l’adozione del Fit for 55, il più grande pacchetto legislativo sul clima, l’energia e i trasporti che allinea le nostre normative a questi nuovi obiettivi”. Un endorsement tanto atteso quanto significativo, considerata la rilevanza che l’istituzione allora presieduta da Sassoli conferisce alla lotta ai cambiamenti climatici. Il pacchetto sul clima punta a tagliare le emissioni di CO2 del 55 per cento entro la fine del decennio, con l’asticella della neutralità climatica fissata entro la metà del secolo: “La legge europea sul clima ha reso questi impegni vincolanti“, dimostrando che “è possibile ridurre le emissioni preservando la crescita e creando posti di lavoro”. Il focus è sempre lo stesso: “Continuiamo su questa strada e assicuriamoci che nessuno venga lasciato indietro”, è la più preziosa esortazione lasciata in eredità dal presidente Sassoli.

David Sassoli