Non c’è pace senza ambiente

Tutela dell’ambiente e pace sono un binomio inscindibile, messo in crisi dai cambiamenti climatici e dalle guerre causate dall’essere umano. L’unica soluzione praticabile è dare voce ai difensori del pianeta e della non-violenza e permettere che le loro forze si uniscano, come chiesto da Alexander Langer e David Sassoli

C’è una stretta correlazione tra ambiente e pace, più di quanto si possa immaginare. Guerre e cambiamenti climatici colpiscono duramente soprattutto le fasce meno abbienti della popolazione mondiale, arricchendo chi già possiede enormi patrimoni. Guerre e cambiamenti climatici accelerano la crisi del pianeta che ci ospita, prosciugando risorse e costringendo milioni di persone ad abbandonare le proprie case in cerca di luoghi meno ostili. Guerre e cambiamenti climatici si intersecano nella sempre attuale minaccia nucleare, che – se dovesse concretizzarsi – causerebbe l’estinzione del genere umano e dell’habitat naturale così come li conosciamo.

È per questo motivo che i difensori della pace e dell’ambiente – nonostante possa sembrare che lottino contro forze sovrastanti – sono attori imprescindibili per creare un argine contro un mondo alla deriva. E i due protagonisti di questo cammino, Alexander Langer e David Sassoli, ci mostrano che non c’è pace senza tutela dell’ambiente, e viceversa.

guerra ambiente


Promuovere un cambiamento personale

A tracciare una netta connessione tra ambiente e pace è stato proprio il politico, attivista e ambientalista Alexander Langer, ancora al crepuscolo degli anni Ottanta. In un intervento scritto su Azione nonviolenta, Langer partiva da una riflessione molto semplice: “È difficile dire se, nella storia, i movimenti per la pace abbiano ottenuto qualcosa. Mentre l’utilità dei pompieri può essere desunta dal numero degli incendi domati, quella dei movimenti pacifisti è più complicata a misurarsi”. Ieri come oggi, “a guardare i conflitti recenti, verrebbe da scoraggiarsi sui risultati pratici”, soprattutto se si considera la vera domanda cruciale: “Come possono sperare i movimenti per la pace di contrapporre qualcosa di efficace a una forza incomparabilmente superiore quale quella esercitata dagli interessi economici e di potere che spingono alle guerre?”

È qui la “prima e forte, anche preoccupante” analogia tra movimenti pacifisti ed ecologisti: “Guardando alle ragioni del breve periodo, non possono che apparire velleitari e perdenti. Chiedono entrambi di rinunciare a un vantaggio apparente ma immediato“. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. “Le ragioni del lungo periodo starebbero di per sé dalla parte dei pacifisti e degli ecologisti, ma nessuno si fida di accoglierle nell’immediato”, sottolineava Langer. Tanto nella richiesta di “rinunciare alla possibile superiorità militare e tecnologica” per raggiungere concretamente la pace, tanto in quella di esimersi da pratiche dannose per l’ambiente “nella speranza di produrre più e meglio degli altri”. Ragionamenti “svantaggiosi e quindi tendenzialmente suicidi” in un regime di competizione e concorrenza, “dove vige la regola mors tua, vita mea“.

Di qui la necessità, tutta pratica, del trovare un modo “non solo predicatorio e moralistico per rafforzare le ragioni del lungo periodo contro quelle del breve”. Non basta “né la paura della guerra, né quella della catastrofe ecologica”, né tantomeno l’utopia, “che si sa che non è di questo mondo e rischia di essere buona solo per le occasioni solenni”. L’obiettivo è “rendere attraente e convincente la pace: quella tra gli uomini e quella con la natura”, sconfiggendo un modo di pensare “miope e vorace” che premia “chi sa trasformare gli aratri in spade e l’acqua in oro, non viceversa”. Da dove partire? Dal singolo, dall’etica che forgia il comportamento personale e spinge ogni persona ad agire non per imposizione ma per convinzione: “Liberarsi dalla guerra, dal militarismo, dalla distruzione ecologica, dall’incombere dell’apocalisse civile o militare”, scriveva Langer, “dev’essere evidente a tutti che è anche questione di qualità della vita“.

In altre parole, “la causa della pace non è più separabile da quella dell’ecologia” e della salvaguardia dell’ambiente, “così come non è separabile da quella della giustizia e della solidarietà tra i popoli”. Per questo motivo, “i movimenti pacifisti oggi dovranno assumere alcune nuove caratteristiche”, mostrando il nesso tra “grandi e piccole scelte”: perché “siamo tutti profittatori di guerra”, nella misura in cui “il nostro modello di vita attuale – dai consumi agli armamenti, dalla competizione produttiva a quella intellettuale – impone un altissimo livello di conflitti e di violenza”. Scoprire e divulgare questi nessi e promuovere comportamenti di riduzione della violenza e di tutela della natura dovranno diventare “parte di una nuova e grande sensibilità“. Anche per un tornaconto personale di chi si trova dalla parte più fortunata del pianeta: “I più deboli soccombono per primi, ma anche i forti ben presto vengono colpiti dagli effetti-boomerang della distruzione”.

Alexander Langer Verdi Ambiente


“Dobbiamo avere più coraggio”

Consapevolezza, interdipendenza, cambiamento. Concetti fondamentali anche per l’ex-presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, nel tracciare un nesso tra pace, tutela dell’ambiente e giustizia sociale. Nel suo messaggio alla Marcia della Pace e della Fraternità Perugia-Assisi del 10 ottobre 2021 – “straordinaria testimonianza di speranza e al tempo stesso un luogo di responsabilità collettiva” – Sassoli partiva dalla necessità di “riscoprire l’importanza delle relazioni umane” all’indomani dei primi mesi segnati dalla pandemia COVID-19: “Questa stagione ci ha insegnato che tutto è connesso e non è possibile affrontare le emergenze dei nostri tempi in solitudine“. Essere “costruttori di pace” vuol dire “impegnarsi a ridurre le disuguaglianze che persistono nelle nostre società”.

La prima declinazione è quella per i “costruttori di pace”, che nella pratica significa “impegnarsi a ridurre le disuguaglianze che persistono nelle nostre società” e “investire nel valore della comunità”. Tutto ciò che ha permesso all’Unione Europea di “fare esperienza di pace e cooperazione e di costruire un modello che ha favorito il progresso nei diritti sociali e civili”. Tuttavia, “non basta l’assenza di guerra, l’Europa deve dimostrarsi capace di diventare uno strumento di pace, un progetto per il bene di tutti”, come ribadito da Sassoli con forza in diverse occasioni. “Tutto questo dobbiamo declinarlo in iniziative concrete”, perché “se i migranti continueranno ad annegare nel Mediterraneo, i profughi a essere rifiutati, i bambini a morire per mancanza di cure, come potremmo dire che questo spazio unico di libertà e democrazia sia un modello utile a un mondo più giusto?”

Questa sfida non coinvolge solo la spinta verso la pace, ma anche la lotta per la tutela dell’ambiente. “Dobbiamo avere più coraggio, è nell’interesse dei nostri cittadini rafforzarci insieme“, sottolineava Sassoli, facendo riferimento alla “trasformazione ecologica che cambierà nel profondo il nostro modo di essere e i nostri stili di vita”. Non è ipotizzabile né percorribile “costruire una società più equa, se non aggiustiamo i danni che abbiamo causato al pianeta e all’ambiente in cui viviamo“. Non si può tornare al mondo di prima. “Grazie ai giovani e a tutti coloro che ogni giorno ci ricordano le nostre responsabilità” sui cambiamenti climatici e sullo sfruttamento delle risorse naturali, aggiungeva l’allora leader del Parlamento UE. Le persone devono essere poste al centro del dibattito sul bene comune, “che è di tutti e di ciascuno” e che deve “lasciare alle nuove generazioni un futuro più giusto e più sostenibile”.

Marcia Pace Perugia-Assisi

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